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19 settembre 2017

Fiaba : L’ acciarino magico

E allora il soldato le tagliò la testa: zac! Poi raccolse tutti i soldi nel suo grembiule, se lo mise alle spalle come fagotto, si mise in tasca l’acciarino, e se ne andò direttamente in città.

Era una città molto bella, ed egli si recò nella locanda più lussuosa; chiese la camera migliore e ordinò i suoi piatti preferiti, perché era ricco e poteva permettersi tutto quello che voleva.

Il servitore, mentre li puliva, trovò che i suoi stivali sembravano vecchi e veramente ridicoli per un signore così ricco, ma era solamente perché ancora non ne aveva comperati di nuovi. Il giorno dopo acquistò degli stivali adeguati, e altri bei vestiti. Ora era diventato un distinto signore, e si fece raccontare tutte le meraviglie della città, tra cui il re, e la sua figlia, che era una principessa molto graziosa.

“Dove si può vederla?”

“Non si può vederla,” dicevano tutti. “Vive in un grande castello di rame, con tanti muri e tante torri tutto intorno! Nessuno può andare a trovarla, eccetto il re, perché una profezia dice che sposerà un soldato semplice, e questo al re non va!”

“Vorrei proprio vederla,” pensava il soldato, ma non gli fu possibile.

Ora se la spassava davvero: andava a teatro, attraversava il parco reale in carrozza, e faceva la carità ai poveri: un bel gesto da parte sua, ma lui sapeva cosa vuol dire trovarsi senza il becco di un quattrino! Adesso che era ricco e ben vestito, aveva anche tanti amici, e tutti lo trovavano un cavaliere simpatico e nobile, e di questo lui era molto contento. Ma a furia di spendere ogni giorno del denaro senza intascarne mai, alla fine gli rimasero soltanto due soldi, e dovette lasciare la bella camera dove aveva abitato per andare a stare in una minuscola mansarda, dovette lucidarsi da solo gli stivali e rattopparseli con un grosso ago: nessuno dei suoi amici veniva più a trovarlo, perché c’erano troppi scalini da salire.

Una sera molto scura il soldato, che non poteva più nemmeno comprarsi una candela, si ricordò si un moccoletto appiccicato all’acciarino che aveva preso sotto l’albero cavo, quando la strega gli aveva chiesto di scendere. Allora tirò fuori il moccoletto e l’acciarino, lo batté per accendere il fuoco, e proprio mentre le scintille sprizzavano dalla pietra focaia, si spalancò la porta e gli si parò davanti il cane con gli occhi grandi come tazze di te che aveva già incontrato sotto l’albero. “In cosa posso servire il mio padrone?” domandò il cane.

“Ma tu guarda,” esclamò il soldato, “gran cosa quest’acciarino! Quindi posso avere tutto quello che desidero!,” e, rivolto al cane, gli domandò di procurargli del denaro. Il tempo di contare fino a tre, e quello non c’era più; il tempo di contare di nuovo fino a tre, ed eccolo di nuovo, con in bocca un sacco pieno di soldi.

Adesso sì che il soldato aveva capito cosa c’era di tanto interessante in quell’acciarino! Se lo batteva una volta arrivava il cane che stava sulla cassa del rame, se lo batteva due volte arrivava il cane sulla cassa dell’argento; se lo batteva tre volte veniva quello dell’oro. Così il soldato ritornò nella sua bella camera al primo piano, indossò di nuovo dei bei vestiti, e tutti i suoi vecchi amici lo riconobbero subito, e tutti gli volevano bene.

Un giorno pensò: “Peccato che non si possa vedere la principessa! Tutti dicono che dev’essere molto bella! Ma a che le serve, se deve per forza rimanere rinchiusa nel grande castello di rame, circondato da tante torri? Davvero non riuscirò mai a vederla? Ma dov’è il mio acciarino?” Lo batté, ed eccogli davanti il cane con gli occhi grandi come tazze da tè.

“È tarda notte, lo so,” disse il soldato, “ma brucio dal desiderio di vedere la principessa, anche per un solo istante!”

Il cane si lanciò fuori dalla porta, e prima che il soldato se ne accorgesse, di ritorno con la principessa addormentata in groppa. Era così graziosa che chiunque poteva accorgersi subito che si trattava di una vera principessa. Il soldato non poté resistere al suo desiderio, e la baciò: era pur sempre un soldato!

Il cane poi tornò indietro con la principessa, ma la mattina dopo, mentre il re e la regina prendevano il tè, la fanciulla raccontò che durante la notte aveva fatto un sogno molto strano, con un cane e un soldato; aveva cavalcato in groppa al cane, e il soldato le aveva dato un bacio.

“Proprio un bell’affare!” disse la regina.

La notte dopo una delle vecchie dame di compagnia dovette vegliare presso il letto della principessa per vedere se si trattava davvero di un sogno.

Il soldato si tormentava dal desiderio di rivedere la splendida principessa, e così la notte il cane la venne a riprendere, e ripartì il più veloce possibile; ma la vecchia dama si mise i suoi stivaloni e lo inseguì altrettanto velocemente. Quando li vide sparire in una grande casa pensò: “Ecco dov’è andata,” e fece una gran croce col gesso sulla porta. Poi tornò a casa e si mise a letto. Quando il cane uscì per riportare a casa la principessa, vide che era stata tracciata una croce sulla porta del soldato: allora con un pezza di gesso tracciò delle croci su tutte le porte della città. Fu un’ottima idea: adesso la dama di corte non poteva trovare la casa giusta, perché c’erano croci dappertutto.

La mattina dopo, molto presto, il re, la regina e la vecchia dama di corte andarono a vedere dov’era stata la principessa.

“Eccola qui!” gridò il re appena scorse la prima porta segnata con una croce.

“Ma no, caro marito, è quella là,” disse la regina, vedendo una croce su un’altra porta.

“Qui ce n’è un’altra! E anche qui,” gridarono tutti, man mano che vedevano le croci sulle porte. Finché non capirono che così era inutile continuare a cercare.

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