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26 settembre 2017

L’ Angelo smarrito

angelo smarrito di giuseppe fanciulli

Nella vigilia di Natale lo stormo degli angeli, che sulla grotta di Betlem dètte l’augurio di pace agli uomini di buona volontà, ritorna a passare
per i cieli; e qualcuno talora scorge fra le stelle il trasvolante balenio di argento. Questo, almeno, dicono vecchi e bambini nel villaggio, e ne è arrivata la voce anche a gente di città.
Questa voltà pochi pensano agli angeli; il villaggio è vuoto. La campana non suonerà per la messa di notte.
Una sola luce brilla discosta dalle ultime case, e stende nella neve un riquadro bianco, cristallino. Nella stanza terrena c’è qualcuno che lavora: grosse mani, e oggetti minuti sparsi sopra la tavola bruna. Sul camino il ciocco si è addormentato dentro a un cappuccio di cenere. Due donne
una giovane, una anziana – e un vecchio. Non parlano, tanto sono attenti e affrettati in quel lavoro. Ma all’improvviso la donna giovane alza la faccia, e abbandona le mani sulla tavola, con un grido sommesso. Si voltano anche gli altri: c’è qualcuno, di là dalla finestra, che guarda.
Stettero un momento sospesi, poi la donna anziana disse: Fallo entrare.
Il vecchio si mosse per aprire la porta. Entrò con un fruscio di passi leggeri, un giovane tutto bianco, e andò a sedersi sull’orlo del camino; aveva una faccia pallida, ombrata di capelli biondi, con grandi occhi; pareva stanco.
Era entrato anche il respiro freddo della notte, e un tremono di stelle; ma quel soffio dopo un attimo cadde nell’ombra, e la mite luce della lampada parve uguale.
La donna anziana guardava l’ospite con severità. Poi disse:
Come mai ti trovi qui? Il marito di questa donna e un altro mio figliuolo partirono coi soldati, in guerra.
Il bel viso si velò di fugace rossore, una voce pacata e nitida rispose:
lo non sono di questi paesi.
Allora – riprese il vecchio – non sai nemmeno che sono fuggiti tutti.
Si senti intorno, più vasta e più nera, la solitudine della notte.
lo non ho voluto andarmene – riprese il vecchio.
Hai veduto quel pruno n fuori della porta? Ho le radici come lui. Nessuno ci farà del male, se Dio non vuole.
Devi avere incontrato tanta gente lungo le strade; continuò la donna – come mai ti sei fermato qui?
Anch’io avevo dei compagni, e mi sono smarrito – rispose la voce grave.
Hai fame?
Il giovane accennò di no. Gli bastavano un po’ di tepore e quei visi di buona gente da guardare.
Non pensate a me; presto riprendo il volo; – aggiunse – e continuate il vostro lavoro.
Con qualche esitazione quei tre si riavvicinarono alla tavola. Nel silenzio seguirono colpetti discreti di arnesi volenterosi.
Dall’angolo del camino quei grandi occhi guardavano attenti. Qualche – curiosità si risvegliò anche nel ceppo, che gettandosi indietro il cappuccio di cenere, accendeva un lume rosso, sfavillante.
Che cosa fate? – domandò l’ospite.
Si volsero tutti e tre, e rimasero sospesi a guardare la figura bianca, che ora nel chiarore del ceppo ridesto pareva splendere.
Prepariamo un balocco per la nostra bambina; disse la donna anziana – la bambina è di là, dorme.
Quella faccia luminosa sorrise, e parve splendere ancor più.
Ti fa meraviglia – disse la donna giovane – che si possa pensare a balocchi in giorni come questi?
Domani è Natale ugualmente.
Forse tu non conosci le usanze di questi luoghi; continuò il vecchio – ma devi aver udito parlare della nostra festa di Natale, perchè venivano qui anche di molto lontano. Avresti veduto, negli anni scorsi, i fanali delle slitte correre come stelle cadenti, a centinaia. Andavamo tutti alla messa e poi si facevano le cene. Non c’era casa di povero che non avesse il suo lume e il suo dono. Le fisarmoniche suonavano per tutta la notte, e i giovani non si stancavano di cantare. Anche i miei figliuoli cantano da maestri. Una gran festa. Si poteva essere contenti davvero, quando si aveva la coscienza tranquilla. E ora…
La mano accennava intorno. La cortina di nero inquietante silenzio nascondeva chi sa quali rovine.
Ora non c’era una ragione, – continuò la donna giovane – perchè la mia bambina non avesse la sua festa.
Che cosa ne sa lei? che colpa ne ha lei? Anche quest’anno ha chiesto il suo dono al Bambino.
E sal che cosa? Una casa.
È strano, vero? Forse perchè tante rimangono vuote o bruciano.
A pensarci, una casa è il meglio di tutto – aggiunse piano la donna anziana.
Ma come contentare la bambina? – riprese l’altra.
Suo padre e suo zio non potevano andare a comprarla in un grosso paese dove si trova di tutto: chi sa dove sono,
poveri cristiani. lo l’ho sognato il mio sposo; mi ha detto:
Il Contentàtela, via”. E ci siamo messi noi a fabbricare la casa, come si può. Lavoriamo mentre lei dorme, perchè deve
essere una sorpresa. Ora è quasi finita; domani la vedrà.
E tu la vuoi vedere?
Il vecchio portò sotto alla lampada, in piena luce, la piccola casa. Alta un due palmi, col tetto spiovente e il camino su un lato, somigliava in tutto alle case di quei villaggi. Giudiziosamente avevano un po’ annerito il legno di betulla, perchè non sembrasse troppo nuova.
Lei stessa, rivolgendosi al Bambino, – riprese la madre, con un calore di contentezza nella voce – ci ha detto come l’avrebbe voluta. A due piani, per esempio, e con la colombaia.
Il vecchio disse serio:
I colombi ora sono tutti a dormire; ma domattina usciranno fuori.
Toccò un nascosto congegno, e sul finestrino alto si affacciarono due colombi azzurri e bigi.
Ora siamo per finire l’arredamento; – disse la madre puoi anche vedere; e non badare se c’è un po’ di disordine.
Il vecchio girò la piccola casa, ne tolse lo sportello, e scoprì tutto l’interno: quattro stanze, due terrene e due
al primo piano; giù la cucina e il tinello; di sopra, le camere. Seduto sul camino c’è un gatto nero. La scala ha una
balaustra rossa. A una camera manca il lettino; ma gli armadii sono già pieni; le grosse dita del vecchio ne aprono
uno, e si scoprono i vestitini dai colori carilpestri, appesi in fila.
La piccola casa girò su se stessa, e tornò a mostrare la sua facciata di accogliente serenità.
Il balconcino è lei che l’ha voluto, – disse la madre « per vedere di lassù quelli che torneranno», ci ha spiegato. –
E la voce, ora, un poco tremava.
Avrebbe anche voluto, – prese a dire la donna anziana – qui presso alla porta, un albero sempre fiorito; non come il nostro pruno, che per gran parte dell’anno è
tutto stecchi. Ma quello noi non l’abbiamo saputo fare.
La casa tornò nell’ombra. Il vecchio prese a incollare
le assicelle del lettino. Le due donne si rimisero a tagliare lenzuoli e coperte. L’ospite aveva alzato una mano bianca,
come per benedire.
In quel punto si udi un confuso gridolino, simile a canto di uccello nella prima alba.
È lei che chiama! – disse la madre alzandosi.
No, sogna – soggiunge la nonna.
Si alzarono tutt’e tre, socchiusero l’uscio, rimasero in ascolto. Quel farfugliamento si ripetè, e poi non più.
Si volsero, allora, verso la luce e videro che la stanza era vuota.
Se n’è andato! – esclamò la madre.
Aprirono la porta, si affacciarono dinanzi allo stellato
freddo della notte. La neve scintillava nel quadrato di luce e non aveva un’impronta. Si guardarono con un palpito.
E poi fu la madre a dire per prima, tenendo le mani sul tronco nero del pruno:
Vedete, è tutto fiorito! Non è neve, sono fiori, fiori vivi!
Si fecero allora il segno della croce; e in fondo ai loro cuori sentirono la gioia di una primavera rifiorita nella tempesta.



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