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15 agosto 2018

La fiaba : Il brutto anatroccolo

E così fecero. Ma le altre anatre, tutto all’intorno, li esaminarono, e dissero: «Vedete qua! Anche questa truppa ci càpita! Come se non fossimo già troppi! O che è quel brutto coso grigio laggiù! Non possiamo tollerare una simile bruttura!» — E un’anatra gli piombò addosso, e lo beccò sul collo.

«Lasciatelo stare,» — disse la madre: «Non fa male a nessuno.»

«Sì, ma è così grande e così diverso dagli altri,» — disse l’anatra che l’aveva morso, «che bisogna le buschi.»

«Avete una bella famiglia, mamma anatra!» — disse la vecchia col nastrino rosso alla zampa: «Sono tutti bei figliuoli, eccetto quel povero disgraziato lì. Vorrei che poteste rifarlo.»

«Ahimè, Eccellenza, questo non è possibile!» — disse mamma anatra: «Non è bello, ma è di buonissima indole, e nuota magnificamente, come tutti i suoi fratelli; starei quasi per dire che nuota meglio. Credo che col tempo migliorerà, o, almeno, finirà di crescere. È stato troppo nell’uuovo, e per questo non è venuto bene.» — E la madre gli battè sul dorso ed incominciò a lisciarlo. «Del resto,» — continuò, «è un maschio, e quindi poco importa. Prevedo, anzi, che diverrà robusto; se la cava già abbastanza bene…»

«Gli altri anatroccoli sono molto graziosi,» — disse la vecchia: «Fate come se foste a casa vostra; e se per caso trovate una testa d’anguilla, portatemela pure.»

E fecero infatti come se fossero a casa loro.

Ma il povero anatroccolo, ch’era uscito ultimo dall’uovo ed era tanto brutto, s’ebbe i colpi di becco, gli assalti e le beffe delle anatre e dei polli. «È troppo grande!» — dicevano tutti; e il tacchino, ch’era nato con gli sproni e perciò s’immaginava d’essere imperatore, si gonfiò come un bastimento che spiegasse le vele, fece la ruota, divenne tutto rosso nel capo e gli si avventò. Il povero anatroccolo non sapeva che fare nè dove scappare. Si sentiva avvilito d’essere tanto brutto da servire di zimbello a tutta la corte.

Così passarono i primi giorni, e poi andò di male in peggio. Il povero anatroccolo era scacciato da tutti, e persino i suoi fratelli gli usavano mille sgarbi, e dicevano: «Magari il gatto t’ingoiasse una buona volta, brutto che sei!» E la madre sospirava: «Ah, fossi tu lontano le mille miglia!» Le anatre lo beccavano, i polli gli si avventavano e la ragazza della fattoria, che veniva a portare il becchime, lo respingeva col piede.

Egli allora scappò davvero, e spiccò il volo al di là della siepe; gli uccelli fuggirono spauriti dai cespugli e s’alzarono nell’aria. «Ecco qua: colpa la mia bruttezza!» — pensò l’ anatroccolo; e chiuse gli occhi, ma continuò sempre a fuggire. E così arrivò alla grande palude, dove stanno le anatre selvatiche; e là si fermò tutta la notte, perchè era tanto stanco e tanto triste.

La mattina, le anatre si levarono e videro il nuovo compagno: «Che razza di contadino sei mai?» — domandarono; e l’anatroccolo si volse da tutti i lati, e salutò meglio che potè.

«Sei di una bruttezza tremenda,» — dissero le anatre selvatiche; «ma questo a noi poco importa, pur che tu non prenda moglie nella nostra famiglia.» — Povero disgraziato, pensava giusto a prender moglie!… Non domandava altro se non che gli permettessero di occupare un posticino tra i giunchi e di bere l’acqua dello stagno.

Era da due giorni nella giuncaia, quando vennero a trovarlo due anatre selvatiche, o, per dir meglio, due anatroccoli. Erano usciti da poco dall’uovo e perciò erano un po’ monelli.

«Senti, camerata: sei d’una bruttezza così perfetta, che sei quasi bello, e ti abbiamo preso a ben volere. Vuoi venire con noi, e diventare uccello di passo? Poco lontano di qui, in un’altra palude, abitano certe deliziose anatrelle selvatiche, tutte signorine da marito, che sanno dire qua qua! con un garbo, caro mio… Là, tu pure potrai trovare la felicità, per brutto che tu sia…»

Pim, pum! A un tratto si sentirono certi tonfi… e i due anatroccoli caddero morti nel canneto, e l’acqua divenne rossa di sangue. Pim, pum! risonò di nuuovo; e tutto lo stormo delle anatre si levò di tra’ giunchi; e si sentirono altri spari ancora. Era una grande caccia. I cacciatori stavano tutti appostati intorno alla palude: alcuni persino appollaiati tra i rami degli alberi, che sporgevano sopra il canneto. Il fumo azzurrino della polvere passava a fiotti tramezzo ai rami oscuri, e si posava lontano, sull’acqua. I cani penetrarono nella palude. Giunchi e canne si abbattevano da ogni lato. Che spavento fu quello per il povero anatroccolo! Volgeva il capo, per nasconderlo sotto l’ala, quando si vide dinanzi un terribile cane, grosso così, con la lingua che gli pendeva tutta fuor dei denti, e gli occhi che ardevano come carboni accesi. Quando fu lì, che con la coda quasi toccava l’anatroccolo, dischiuse i denti aguzzi e… — se ne andò senza toccarlo.

«Dio sia ringraziato!» — sospirò quello: «Sono tanto brutto che nemmeno il cane vuol mangiarmi!»

E così rimase quatto quatto, mentre i pallini fischiavano tra le canne e gli spari succedevano agli spari.

Soltanto tardi nel pomeriggio tornò la quiete, ma il povero piccino non osava ancora muoversi. Lasciò passare molte ore prima d’arrischiarsi a guardare attorno; poi, quanto più presto potè, in fretta e furia, lasciò la palude. Correva correva, per campi e per prati; ma era scoppiato un temporale, ed a stento riusciva ad andare innanzi.

Verso sera giunse ad una misera capannuccia, ridotta in uno stato così deplorevole, che rimaneva ritta per non saper da qual parte cadere. Il vento s’era fatto tanto furioso, che l’anatroccolo dovette accoccolarsi, per non esser portato via. E la furia del temporale cresceva sempre. La povera bestiola osservò che la porta, uscita dall’uno dei cardini, era sgangherata per modo, che dalla fessura egli avrebbe potuto benissimo penetrare nella capanna. E così fece.

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