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14 dicembre 2017

La fiaba : Il brutto anatroccolo

Nella capanna abitava una vecchietta, col suo gatto e la sua gallina; il gatto, ch’essa chiamava Figlietto, sapeva far groppone, sapeva far le fusa, e persino mandar scintille, quando, al buio, lo si accarezzava contro pelo; la gallina aveva certe zampine, piccine piccine, e per ciò si chiamava Gambacorta; faceva le ova d’oro, e la vecchia le voleva bene come ad una figlia.

La mattina si avvidero subito del forestiero; ed il gatto incominciò a far le fusa e la gallina a razzolare.

«Che c’è?» — domandò la vecchietta, e si guardò attorno; ma perchè non ci vedeva bene, prese l’anatroccolo per una grossa anatra. «Ecco un buon guadagno!» — disse: «Così, potrò avere uova d’anatra. Pur che non sia un maschio… Bene, staremo a vedere.»

E così l’anatroccolo fu preso a prova per tre settimane; ma uova non ne venivano.

Il gatto era il padrone di casa e la gallina la padrona; anzi, parlando, dicevano sempre: «Noi e il mondo,» — perchè tra loro due credevano d’essere metà del mondo, e la metà migliore, naturalmente. All’anatroccolo pareva, a dir vero, che si potesse anche avere un’opinione diversa; ma, questo, la gallina non lo poteva tollerare.

«Sai far l’uovo?» — domandava.

«No.»

«E allora sta’ zitto!»

E il gatto domandava: «Sai far groppone? sai far le fusa? sai mandar fuori scintille?»

«No.»

«E allora tu non puoi avere opinioni, quando la gente savia ragiona.»

L’anatroccolo se ne stava in un cantuccio ed era di cattivo umore. Senza volere, pensava all’aria fresca, al sole, e gli veniva una tal voglia di tuffarsi nell’acqua, una tale smania di nuotare, che alla fine non potè resistere e la confidò alla gallina.

«Che ti salta in mente?» — esclamò questa «Non hai niente da fare; però ti prendono così strane voglie. Se tu facessi l’uovo o le fusa, vedresti che ti passerebbero.»

«Ah, ma nuotare, che delizia!» replicava l’anatroccolo: «Che delizia rinfrescarsi il capo sott’acqua, e saltar giù dalla riva per tuffarsi!»

«Sì, dev’essere proprio una bella gioia!» — disse la gallina ironicamente: «Diventi matto, ora? Domanda un po’ al gatto, ch’è il più savio tra quanti io mi conosca, se gli parrebbe un piacere saltare nell’acqua e nuotare! Di me, non parlo… Domandalo, se vuoi, anche a Sua Eccellenza, la nostra vecchia padrona. Più savio di lei, non c’è alcuno al mondo. Ti pare che le possa venir voglia di nuotare, o di sentirsi richiudere l’acqua al di sopra del capo?»

«Voi altri non mi capite!» — disse l’anatroccolo.

«Se non ti si capisce noi, chi dunque t’ha a capire? Non vorrai già essere più sapiente del gatto e della padrona. Di me, ti dico, nemmeno voglio parlare. Non farmi lo schizzinoso, bambino; non ti mettere grilli per il capo. Ringrazia il tuo Creatore per tutto il bene che ti ha concesso. Non sei capitato in una stanza ben riparata, e in una compagnia, dalla quale non hai se non da imparare? Ma sei un cervello sventato, e non c’è sugo a ragionare con te. A me, tu puoi credere, perchè ti voglio bene; ti dico certe verità che ti feriscono, ma da questo si conoscono i veri amici! Vedi d’imparare a far l’uovo, a buttar fuori scintille e a far le fusa!»

«Credo che me n’andrò a girare il mondo,» — disse l’anatroccolo.

«Buon pro ti faccia!» disse di rimando la gallina.

E l’anatroccolo se ne andò. Si tuffò nell’acqua, nuotò; ma per la sua bruttezza tutte le bestie lo scansavano.

Venne l’autunno: nel bosco le foglie diventarono gialle e brune: la bufera le portava via, le faceva turbinare, e su, nell’aria, il freddo diveniva sempre più intenso. Le nubi pendevano gravi di gragnuola e di fiocchi di neve, e sulla siepe c’era un corvo che faceva cra-cra dal freddo. Davvero che c’era da gelare solo a pensarci! E per il povero anatroccolo furono tempi molto duri.

Una sera — il sole tramontava appunto in tutto il suo meraviglioso splendore — sbucò fuori da’ cespugli uno sciame di grandi e magnifici uccelli, così belli come il nostro anatroccolo non ne aveva ancora mai veduti; di una bianchezza abbagliante, con certi colli lunghi e flessuosi. Erano cigni. Mandarono un loro verso speciale, allargarono le grandi splendide ali, e volarono via da tutto quel gelo, verso paesi più caldi, verso mari aperti. Volarono così alto, che il brutto anatroccolo provò dentro un senso strano, mentre li guardava salire. Si mise a girare e a girare nell’acqua come una ruota; allungò il collo verso gli uccelli, e mandò un grido così forte e così curioso, ch’egli stesso n’ebbe paura. Non poteva cavarsi dal cuore quei magnifici, quei beati uccelli: appena li ebbe perduti di vista, si tuffò giù giù sino al fondo, e tornò a galla, ch’era quasi fuor di sè. Non sapeva come quegli uccelli fossero chiamati, nè dove dirigessero il volo; ma voleva loro un bene, un bene che non aveva ancora voluto a nessuno al mondo. Non provava invidia: come gli sarebbe nemmeno passato per il capo di desiderare per sè una simile bellezza? Abbastanza sarebbe stata felice, la povera brutta bestiola, se le anatre avessero voluto tollerarla!

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