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23 aprile 2017

La fiaba : Il pupazzo di neve

fiaba il pupazzo di neve

Questo freddo mi fa proprio bene!”, diceva un pupazzo di neve. “È proprio vero che un buon vento pungente fa risuscitare anche i morti! E guarda quel tipo!”, diceva, rivolto al sole, che stava tramontando, “Cos’avrà da fissarmi? Beh, non riuscirà a farmi sbattere le palpebre! Continuerò a tenere le tegole aperte, io!” Diceva così perché i suoi occhi erano fatti con due pezzetti di tegola, mentre la bocca era un vecchio rastrello spuntato: per questo si poteva dire anche che avesse i denti.
Era nato tra gli “Urrà!” di un gruppo di ragazzi: la sua nascita era stata salutata da squilli di campanelli e schiocchi dei frustini da slitta.
Il sole intanto volgeva al tramonto e la luna sorgeva, grande e rotonda nel blu del cielo. “Eccolo lì che rispunta di nuovo”, disse il pupazzo, credendo che si trattasse di nuovo del sole. “Ma almeno gliel’ho fatta perdere, la sua abitudine di fissare! Adesso ha una luce che gli basta appena a guardarmi i piedi.
Se soltanto potessi andarmene da un’altra parte! Se potessi muovermi, andrei a scivolare sul ghiaccio come quei ragazzi che ho visto! Ma non so come si fa”. “Bah! Bah!”, guaì il vecchio cane alla catena, rauco come al solito: da un pezzo non era più il cucciolo di casa, sempre nascosto sotto la stufa. “T’insegnerà il sole a correre! Come è successo a quello che c’era prima di te, e a quello prima ancora! Bah! Bah! Uno alla volta se ne sono andati tutti”.
“Non capisco, amico mio”, disse l’uomo di neve. “Quello che sta lì sopra”, e indicava la luna, “mi dovrebbe insegnare a correre? È vero che è scappato via quando l’ho guardato dritto negli occhi, ma adesso è spuntato fuori dall’altra parte…” “Non capisci un bel niente”, rispose il cane alla catena. “Anche se bisogna ammettere che sei ancora nuovo nuovo! Quella che tu vedi adesso si chiama luna, quello che se n’è andato era il sole: lui tornerà domani, e vedrai se t’insegnerà a scivolare lungo il fossato.
Tra un po’ il tempo cambierà, lo so perché la mia zampa sinistra dietro mi dà dei dolori… “Mah, non capisco proprio”, disse il pupazzo. “Non so perché, ma sembra quasi che mi voglia dire qualcosa di spiacevole. Neanche quello di prima, che mi fissava e che si chiama sole, neanche lui deve volermi bene, temo”. “Bah!”, abbaiava il cane alla catena, e dopo essersi rigirato per tre volte, si addormentò nella sua cuccia.
Il tempo doveva davvero cambiare. Una nebbia umida e densa arrivò nelle prime ore del mattino e coprì tutta la regione; poi sul far dell’alba cominciò a soffiare il vento: un vento così rigido che il ghiaccio fece subito presa. Ma poi sorse il sole, e, che spettacolo! Tutti gli alberi e le piante erano pieni di brina: sembrava una foresta di perle bianche: tutti i rami sembravano carichi di candidi fiori.
Quei piccoli rami sottili e tanto fitti che d’estate non si riescono a vedere, perché le fogli li rivestono interamente, ora si distinguevano tutti, uno ad uno. Era un grande ricamo, così candido e brillante che pareva che da ogni ramo spuntassero diamanti, oppure tante piccole, minuscole candele, ancora più bianche della neve. “Che spettacolo unico al mondo”, disse una ragazza, scesa nel giardino insieme a un giovane: si fermarono proprio accanto al pupazzo di neve e si misero a guardare gli alberi luminosi.
“D’estate non esiste uno spettacolo altrettanto bello”, disse ancora, mentre gli occhi le brillavano. “Neanche un tipo come quello lo trovi in estate”, disse il ragazzo, indicando il pupazzo: “È molto bello!” La ragazza sorrise e fece un inchino davanti all’uomo di neve: poi si mise a ballare col suo amico sulla neve che scricchiolava. “Chi erano quei due?”, chiese il pupazzo al cane tenuto alla catena. “Tu, che vivi qui da tanto, li conosci?” “Li conosco sì”, rispose il cane. “Lei mi ha fatto una carezza una volta, e lui mi ha dato un osso: quelli lì non li mordo”.
“Ma che ci fanno qui?” “Sono innamorrrrati!”, ringhiò il cane alla catena. “Andranno ad abitare in una cuccia in due, e rosicchieranno gli ossi assieme! Bah!” “Ma due così sono importanti come me e te?”, chiese il pupazzo. “Loro sono due padroni!”, disse il cane alla catena.
“Cosa vuoi saperne tu, che sei nato ieri? Ma io sono anziano e ho un sacco di esperienza: li conosco bene, quelli di casa, dal tempo che non stavo qui al freddo e alla catena! Bah! Bah!” “Cosa c’è di meglio del freddo?”, esclamò il pupazzo. “Ma raccontami, dai! Però non trascinare quella catena! Mi fai stridere dentro con quel rumore”.
“Bah!”, abbaiava il cane. “Un tempo ero un cucciolo, piccolo e morbido, dicevano: e stavo sempre accovacciato su una poltrona di velluto, e il padrone più importante di tutti mi teneva in grembo; tutti mi davano bacetti sulla gola e mi strofinavano le zampine con un fazzoletto; mi chiamavano “amore” e “tesoro”… ma poi divenni troppo grande per queste cose, e loro mi diedero alla governante: così andai a finire al piano terra! Lo puoi vedere anche tu, da lì.
Vedi la stanzetta dove facevo da padrone (infatti, vivevo con una serva). Senz’altro avevo meno spazio che al piano di sopra, però stavo anche meglio: avevo un cuscino tutto per me, ma soprattutto c’era una bella stufa, che in una stagione come questa è davvero la cosa migliore del mondo! Mi raggomitolavo lì sotto e nessuno mi vedeva più. Ah, me la sogno ancora, quella stufa lì! Bah!”. “Ma è così bella una stufa?”, chiese il pupazzo. “Mi somiglia un po’?” “È il tuo esatto contrario: è nera come il carbone, ha un collo allungato e uno sportello di ottone: è così ghiotta di pezzi di legno che il fumo le esce dalla bocca: ma se ci stai vicino, anche sotto, e sentiresti che delizia! Guarda un po’ se riesci a vederla, attraverso la finestra.
Il pupazzo si guardò attorno finché non vide un oggetto nero, lucido, con uno sportello di ottone; intorno a lui il pavimento sembrava illuminato. Il pupazzo si sentì strano: era una sensazione che non riusciva a spiegarsi: in cuore aveva come una nostalgia che non aveva mai provato, ma che tutti gli uomini conoscono bene, quando non sono fatti di neve. “Ma perché l’hai lasciata?”, chiese l’uomo di neve, che aveva deciso che doveva trattarsi di una creatura femminile. “Come hai potuto abbandonare quel posto?” “Sono stato costretto!”, disse il cane alla catena.
“Mi hanno buttato fuori e mi hanno attaccato qui dopo che mi capitò di mordere il più giovane dei padroni, perché aveva dato un calcio al mio osso: osso per osso… ma loro se la sono avuta a male, e da allora sono qui alla catena, e ho finito per perdere la voce: senti come sono rauco? Bah! E così è finita la mia bella vita d’un tempo”.
Ma il pupazzo non lo ascoltava più: da un pezzo guardava fisso nella stanza della serva, dove, piantata sulle sue quattro zampe, sorgeva la stufa: più o meno, sembravano avere la stessa altezza. “Che strana sensazione quella che provo! Mi riuscirà mai di incontrarla? È un desiderio innocente, il mio, e i desideri si avverano sempre, quando sono innocenti. È il mio solo desiderio: sarebbe ben ingiusto se non potesse avverarsi! Devo entrare a ogni costo, anche se dovessi spezzare i vetri!” “Bah! Tanto non ci arriverai mai!”, disse il cane alla catena; “e poi, se ti ci avvicini sei finito, non lo sai? Bah!” “Già ora non mi sento affatto bene”, rispose il pupazzo; “sento una gran voglia di vomitare”.
Per tutto il giorno il pupazzo rimase a guardare la finestra: alla luce del tramonto la stanza sembrò diventare ancora più accogliente: la stufa emanava un bagliore dolcissimo, più dolce di quello della luna, e anche di quello del sole: dolce come può esserlo soltanto il bagliore di una stufa, quando è piena.
Se qualcuno apriva lo sportello, ne usciva una fiammella: era una sua abitudine: e una di quelle fiamme sembrò penetrare proprio il petto del pupazzo di neve. “Non resisto”, diceva lui. “Com’è carina, quando mette fuori la lingua”. Quella notte fu lunghissima, ma non per il pupazzo: egli era assorto nei suoi pensieri, che congelandosi scricchiolavano. All’alba i vetri alle finestre erano coperti coi più splendidi fiori di ghiaccio che un pupazzo di neve potesse desiderare: ma essi gli nascondevano la vista della stufa! Non l’avrebbe potuta vedere, finché il ghiaccio alla finestra non si fosse sciolto. Tutt’intorno si sentiva crepitare e scricchiolare: che freddo rigido! Il tempo migliore per un pupazzo di neve: eppure lui non era contento.
Gli mancava la stufa. “Che brutta malattia per un pupazzo!”, diceva il cane alla catena. “L’ho avuta anch’io: ma ormai l’ho superata. Bah! Tra un po’ cambierà il tempo!” E infatti in breve arrivò un vento tiepido, che iniziò a sciogliere la neve. Più il vento soffiava, più il pupazzo diventava piccolo.
Lui non disse niente, non si lamentò nemmeno, e questo era proprio il segno della fine. Poco tempo dopo crollò. Al suo posto restò qualcosa che sembrava un manico di scopa dritto nell’aria: i ragazzi lo avevano piantato affinché si reggesse meglio in piedi. “Adesso capisco cos’era la sua nostalgia!”, disse il cane alla catena; “quel pupazzo aveva in corpo uno spazzolone per stufe! Ecco cos’era che lo turbava tanto! Bah! Ma ora è tutto finito”.
Anche l’inverno ormai era agli sgoccioli. “Bah!”, diceva il cane, ma intanto le bambine nel giardino cantavano:”Bel mughetto, da bravo, esci fuori,vedi che al salice spuntan già i fiori? Se non è marzo, qui è già primavera, Senti gli uccelli cantare alla sera! E insieme a loro io canto: Cucù, Fratello Sole, vien fuori anche tu!”E al pupazzo di neve, chi ci pensava più?

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