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14 dicembre 2017

La fiaba : Il brutto anatroccolo

E l’inverno si fece così freddo, così freddo!… L’anatroccolo doveva nuotare e nuotare senza posa per isfuggire al gelo. Ma ogni notte il buco dove nuotava si faceva più piccino, sempre più piccino. Era così freddo, che la superficie del ghiaccio scricchiolava. L’anatroccolo doveva agitare continuamente le gambe, per impedire che il buco finisse di chiudersi. Finalmente, si sentì esausto, si abbandonò lì, senza muoversi più, e così rimase, quasi gelato, sul ghiaccio.

La mattina dopo, per tempo, venne un contadino, e lo vide; s’accostò, spezzò il ghiaccio con uno de’ suoi zoccoli di legno, e portò l’anatroccolo a casa, a sua moglie; e lì l’anatroccolo rinvenne.

I ragazzi provarono a giocare con lui. Ma egli credendo che volessero fargli male, dalla gran paura volò nella secchia del latte, così che tutto il latte schizzò per la stanza. La donna, disperata, battè le mani, e l’anatroccolo, più spaurito ancora, via, sul vaso dov’essa teneva in serbo il burro; e di lì, dentro la madia, in mezzo alla farina, e poi fuori di nuuovo, e su, in alto, per la camera. Immaginatevi com’era conciato! La donna gridava e gli correva dietro con le molle, i ragazzi saltavano per la casa, ridendo e strepitando e facendo un chiasso indiavolato. Per buona sorte, la porta era aperta; e l’anatroccolo potè mettersi in salvo, scappando a traverso ai cespugli, sulla neve caduta di fresco; e là rimase, così spossato, che pareva fosse per morire.

Ma qui la storia diverrebbe proprio troppo melanconica, se vi avessi a raccontare tutti i patimenti e la miseria, che l’anatroccolo dovette sopportare in quel crudo inverno. Stava accoccolato tra le canne della palude, quando il sole ridivenne caldo e splendente, e le allodole tornarono a cantare.

Venne una magnifica primavera, ed egli potè spiegare di nuovo le ali, ch’erano divenute più forti e lo reggevano ora molto meglio. Prima ch’egli stesso sapesse come, si trovò in un grande giardino, dove i meli erano in piena fioritura, dove i lillà spandevano un dolce odore, allungando le verdi rame pendule sin sopra ai ruscelli ed ai canali che lo traversavano. Che bellezza quel giardino! Che freschezza di primavera! E proprio dinanzi a lui sbucarono di tra il fitto del fogliame tre splendidi cigni candidi, e si accostarono nuotando: con le ali leggermente arruffate, venivano scivolando agili e maestosi sull’acqua… L’anatroccolo riconobbe gli splendidi animali e fu preso da una strana angoscia.

«Voglio volare sin là, presso agli uccelli regali: mi morderanno e mi faranno morire, per avere osato, io così brutto, accostarmi ad essi. Meglio ucciso da loro, che perseguitato dalle anatre, beccato dai polli, respinto dalla ragazza della fattoria, per patire poi tutto quel che ho patito durante l’inverno!» — E volò sino all’acque e poi nuotò verso i candidi cigni, i quali accorsero ad ali spiegate. «Uccidetemi!» — disse la povera bestiola, e chinò il capo verso lo specchio dell’acqua aspettando la morte… Ma che cosa vide mai nell’acqua chiara? Vide sotto di sè la sua propria immagine; e non l’immagine d’un brutto uccello tozzo e grigiastro, orribile a vedersi; ma quella di un candido cigno.

Che importa l’esser nati nel cortile delle anatre, quando si esce da un uovo di cigno?

Ora sì, che si sentiva perfettamente felice, compensato di tutte le miserie e le disgrazie passate. Ora egli comprendeva tutta la sua felicità, e sapeva apprezzare lo splendore che si vedeva d’intorno. E i grandi cigni lo circondavano e lo lisciavano col becco.

Vennero nel giardino alcuni bambini: gettarono pane e grano nell’acqua, ed il più piccolo gridò: «Uno di nuovo! ce n’è uno di nuovo!» E gli altri bambini tutti contenti: «Sì, ecco che n’è venuto un altro!» — E batterono le manine, e si misero a ballare, e corsero a chiamare il babbo e la mamma; e buttavano pane e biscotti nell’acqua, e tutti dicevano: «Il nuovo è il più bello di tutti, così giovane, così maestoso…» — Ed i cigni più vecchi s’inchinavano dinanzi a lui.

Allora la timidezza lo prese: divenne tutto vergognoso, e nascose il capo sotto l’ala; provava un certo che… non sapeva neppur lui quel che provava. Era sin troppo beato; ma nient’affatto superbo, perchè il cuore buono non è mai superbo. Pensava quanto era stato perseguitato e schernito; ed ora sentiva dire da tutti ch’era il più bello tra quei bellissimi uccelli! I rami di lillà si chinavano sull’acqua verso di lui; il sole splendeva caldo e lo ristorava. Arricciò le penne, allungò l’esile collo e si rallegrò dal profondo del cuore: «Non avrei mai sognata una gioia simile, quand’ero ancora un brutto anatroccolo!»

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